INTERVISTA A MIRELLA D’ANGELO: LA MIA CARRIERA IN CONTINUA TRASFORMAZIONE

Mirella D’Angelo può vantare una lunghissima carriera nel mondo del cinema e può dire di aver lavorato con i più grandi registi. Nota per il suo ruolo di Tilde in Tenebre di Dario Argento, la D’Angelo ha spaziato attraverso i generi e le epoche, recitando a fianco di attori del calibro di Jean-Paul Belmondo, Malcolm McDowell e Maurizio Merli, solo per citarne alcuni. Tra i registi che l’hanno voluta con sé ci sono Tinto Brass, Federico Fellini, Giorgio Capitani, Pasquale Festa Campanile e molti altri.

Hai lavorato con molti grandi registi, chi potrebbe essere per te il cineasta perfetto?

Vorrei tanto lavorare con David Lynch chissà se mai succederà… lui racchiude in se molti pregi da me amati e incontrati dai vari registi. Per primo il visionario Fellini, che oltre a possedere una grande spiritualità era anche pieno di ironia e giocosità. In Lynch c’è intelligenza, visione, eleganza fantasia e profondità.

Qual è stata la scena più difficile da girare, quella che ti ha messa più in difficoltà nella tua carriera?

È una bella domanda. Mi sono trovata molto in sintonia con i miei registi. Davvero, quasi tutti. Oggi posso dire che i due con minor talento sono stati quelli con i quali ho avuto più difficoltà, tra oltre 45 registi. In teatro ho avuto inizialmente problemi con Giorgio Albertazzi, lui faceva la regia dello spettacolo in questione. Era esigente, ma forse più sicuro come attore, davvero un attore meraviglioso, che come regista… Tutti noi eravamo un po’ intimiditi. Io lo senz’altro, e non riuscivo a farmi uscire la voce durante le prove. Avevo il permesso di lasciare le prove da contratto, poichè dovevo appunto andare a Roma da Perugia dove provavamo, per girare in 4 giorni una pubblicità con la regia di Michael Seresin, il grande direttore di fotografia di Alan Parker. Lui mi riempì così tanto di calore e complimenti che mi trovai a sentirmi davvero più forte. Più carica. Più libera. Tornata alle prove di Perugia avevo ritrovato la mia voce, ero molto carica. Albertazzi non poteva credere al cambiamento. Da quel momento potevo davvero creare il personaggio, avevo ritrovato la mia grinta. Devo molto a Michael Seresin. Grande, grande direttore di fotografia e bravo regista. Quindi, per me è importante avere un’armonia totale con il regista, poi tutto mi viene facile e loro sono contenti. Ho lavorato in grande armonia con Dario Argento, Tinto Brass, Paolo Breccia, George Lautner, Anthony Page, Sergio Sollima… Tutti devo dire. Amo l’armonia sul set e amo creare insieme. Tra le scene più complesse che ho recitato c’è forse la scena umiliante della violenza di Caligola su Livia, personaggio che interpretavo io, nel film omonimo. Fu davvero sconvolgente, ma Tinto e Malcom furono molto gentili e, sebbene ancora oggi quando la vedo mi sento raggelare il sangue per il suo terribile significato, ricordo che sul set tutto andò liscio, nel rispetto e professionalità.

Cosa ci puoi raccontare di Malcolm McDowell?

È un attore gentile e meraviglioso! Non so come si comportò durante tutta la lavorazione, ma con me fu generoso, gentile e stupendo. Si preoccupava di non farmi sentire male in quella scena. Mi riempiva di complimenti e tutto andò per il meglio. Grande Malcolm!

Hai spaziato tra numerosi generi. tra cui il cosiddetto “poliziottesco”. Nel film Italia a mano armata hai lavorato con l’indimenticato Maurizio Merli, che ricordo hai di lui?

Merli aveva molto fascino nel ruolo del commissario Betti e ha molti fan che lo amano molto. Io non avrei mai immaginato tanto successo per quel film, quel genere. Invece oggi fa parte dei cult e ne sono felice. Ero sempre protesa verso il cinema d’autore e fu una scelta inusuale, come poi ne avrei fatte altre. Mi piaceva il ruolo. Volevo fare una ragazza molto diversa da ciò che sono, ma con innocenza e pulizia, quasi un personaggio tragico per ciò che le succede. Come finiva quel film, con l’uccisione di Betti, lo trovavo molto interessante. Indimenticabile. Maurizio era nel periodo di maggior successo e non vedeva completamente di buon occhio che una fotomodella, già molto occupata e di successo, potesse prendersi una qualche attenzione in più del dovuto da parte del regista e della troupe: avevo girato il mio primo film, Terminal, che era stato presentato al Festival di Venezia del 1975. Quindi mi accolse un po’ freddamente. Poi però, girando le scene e creando anche col regista un ottimo rapporto, riuscii a placare il tutto e creare un buon ambiente. Arrivavo da Parigi e, subito dopo le scene, ripartii. Quindi ricordo un Merli professionale e attento al suo ruolo. Un regista adorabile e un ruolo, con tanto di fratellino, che rimase in contatto con me per anni. Forse aveva visto quella ragazza piangere, disperarsi per lui e ne era rimasto incantato. Certamente fu un film che racchiudeva nel ruolo molto dolcezza.

Esiste una domanda che nessuno ti ha mai posto, ma alla quale avresti voluto rispondere come professionista?

Non ne ho idea. Penso sia la personalità del giornalista, scrittore o intervistatore che trapela nelle domande e io sono sempre ben felice di rispondere in modo sincero. Quello poi descrive il tutto. Una vera e propria domanda non credo ci sia. Penso però che una mia caratteristica risieda nel non aver usato la bellezza in quanto tale, il che sarebbe stato superficiale nei miei ruoli. Ho sempre cercato di dimenticarla per dare spazio alla creazione del personaggio e far uscire qualcosa di speciale da esso. Amo il cambiamento. Proprio ieri un fan mi ha confessato di aver amato molto due personaggi che aveva visto in due film del 1980 circa, senza aver realizzato che entrambi fossero interpretati da me!!! Ero così diversa che non aveva capito fosse la stessa attrice! Ecco, quello mi affascina. Essere stata, ed essere, molto originale in questo. Un’attrice dai mille volti. Non facile per un discorso commerciale ma molto creativo in quello della qualità e della originalità. Forse la domanda potrebbe essere: “come fai ad essere così diversa da un ruolo all’altro?”. Questo potrebbe anche voler dire che dentro e fuori di me c’è molto materiale dal quale attingere.

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