INTERVISTA A CLAUDIO BOTOSSO: SUL SET CON GRANDI REGISTI, SENZA MAI DIMENTICARE L’AVANGUARDIA

Claudio Botosso è un attore di grande esperienza che ha attraversato il cinema italiano in alcune delle vette più alte della settima arte nazionale. Grandi registi lo hanno voluto con loro sul set, ma Botosso non sembra aver mai perso la sua naturale inclinazione a sperimentare nuove forme espressive.

La carriera attoriale del giovane Claudio inizia in giovane età, nell’ambito teatrale. Il 1985 è un anno memorabile per Botosso che viene notato per le proprie peculiarità recitative: dapprima Pupi Avati lo vuole sul set di Impiegati, mentre poco più tardi entra nel cast di Ginger e Fred di Federico Fellini. L’attività di Botosso si sviluppa tra cinema e teatro, con una inesauribile sete di nuove esperienze.

Cosa puoi dire della tua infanzia, era già radicata la volontà di lavorare nel cinema? Com’era percepita tale professione in una piccola città?

Sono nato a Biella, ma cresciuto a Candelo, un piccolo paese poco distante. Da bambino sognavo di diventare una rock star come Celentano. Il cinema era soprattutto un luogo fisico dove all’inizio di ogni anno scolastico il maestro delle elementari , un ex partigiano, ci portava a vedere un film sulla resistenza. Ricordo solo una scena di quel film: un ponte veniva fatto esplodere mentre passava un convoglio militare nazista. Poi verso i 12 anni, avevo la libertà di andare al cinema la domenica sera. La programmazione alternava gli spaghetti western ai poliziotteschi.

Il tuo esordio a teatro risale alla fine degli anni ‘70, ma nel 1985 debutti in modo dirompente nel cinema italiano con registi del calibro di Avati e Fellini. Quale fu l’aspetto più complicato di passare dal palco a un set cinematografico?

Il mio esordio in teatro è stato con Memè Perlini, regista dell’avanguardia romana. Un teatro che non richiedeva un’impostazione classica d’attore, ma estrema naturalezza. Questa mi ha aiutato molto nel cinema, che appunto richiede una recitazione il più naturale possibile. Avati mi fece quattro provini prima di scegliermi come protagonista. Mi disse: se sbaglio te, sbaglio il film. Alla fine riuscii a convincerlo proprio grazie a una recitazione naturale. Il film fu invitato al festival di Cannes ed ebbe un buon successo di critica e di pubblico. Arduini, aiuto regista di Fellini, vide il film e mi propose per un ruolo in Ginger e Fred. Un set che dava la sensazione di un suq, dove Fellini componeva e scomponeva e da quella apparente confusione prendeva poi forma un capolavoro.

Il cinema italiano è spesso permeato di politica, tu stesso hai partecipato a film come Storia di ragazzi e ragazze e Mio fratello è figlio unico. La tua carriera attoriale inizia sul finire degli “anni di piombo”. Cosa ricordi di quel periodo, della situazione sociale? Cosa significava essere un attore in quel periodo storico?

Non a caso sono stati definiti anni di piombo. L’atmosfera era cupa, i locali chiudevano alle sette di sera, la gente aveva paura ad uscire di casa, era difficile comunicare. Frequentavo una scuola di recitazione, vedevo i compagni di studio, anche al di fuori delle lezioni, con i quali nacquero dei rapporti affettivi che mi fecero sentire meno isolato. Per superare questo isolamento tra le persone fu decisivo il progetto di Renato Nicolini, l’assessore alla cultura del Comune di Roma, con la grande manifestazione culturale passata alla storia come Estate Romana. Schermi cinematografici venivano allestiti nei siti monumentali più importanti della città, attraendo soprattutto giovani dalle periferie che stavano subendo in modo più doloroso gli anni del terrorismo. In questo caso si può parlare di cinema politico, più di tanti film che “parlano” di politica.

Negli anni ‘80 emerge la figura dello yuppie, che Avati fotografa nel film Impiegati. Come avvertisti il cambio di passo? Ti riconoscevi nella figura del giovane rampante?

Non sono una persona aggressiva , una delle caratteristiche dello yuppismo, per cui non mi sono mai riconosciuto in certi comportamenti. Il personaggio di Impiegati infatti è in netta contrapposizione alla filosofia yuppie, che si basava sull’estrema disinvoltura nelle relazioni affettive e professionali.

Nel 1986 è la volta di Grandi Magazzini, opera corale della comicità italiana anni ‘80. Spesso definisci il bacio con Ornella Muti come “indimenticabile”. Sei rimasto in contatto con lei? Con quali colleghi hai instaurato un rapporto di amicizia fuori dal set?

La Muti era l’attrice italiana più popolare, la donna più desiderata nell’immaginario maschile italiano, io ero un giovane attore appena uscito dall’anonimato, e trovarmela di fronte sul set, con quei grandi occhi azzurri, quelle labbra, quel viso tondo e morbido mi incantai. Lei si accorse del mio imbarazzo e chiese “che mi dici?” e io di getto le risposi “sei bellissima”. Qualche anno fa avremmo dovuto recitare insieme in teatro a Parigi, ma poi ci furono dei problemi produttivi e lo spettacolo saltò. Ho degli amici e delle amiche con cui mi sento telefonicamente, ci si vede a cena, per un cinema, qualche spettacolo, si parla di progetti professionali, che il più delle volte non si concretizzano. Ma tutto ciò è fisiologico. Non mi sento solo, ho anche una figlia.

Nel 1987 prendi parte a un progetto diretto da Marco Risi che incrocia cinema e tv. Soldati- 365 all’alba è un film drammatico e di denuncia. All’epoca il nonnismo era un fenomeno conclamato ma sottaciuto, ci furono strascichi dopo le riprese? Trovi che il film si esprimesse meglio nella versione cinematografica o in quella televisiva?

Non ho mai visto la versione televisiva, ma credo che il messaggio finale non sia diverso da quella cinematografica, che era una denuncia necessaria di una struttura, quella militare, obsoleta, che serviva più che altro a mantenere il posto di lavoro per ufficiali e sottufficiali. Era un film antimilitarista e per questo motivo l’esercito non diede l’appoggio logistico.

Hai lavorato con molti registi fuori dagli schemi: Bruno Bozzetto, Marco Bellocchio, Abel Ferrara. Credi che il cinema, attraverso le visioni anticonvenzionali di professionisti come quelli citati, possa aver trovato nuove forme espressive?

Hai citato registi che hanno inciso in maniera profonda nel linguaggio cinematografico, e per contenuti e per forme espressive. Quando considero la mia carriera, più che i film in cui ho recitato ritengo importante l’incontro con la persona, con l’artista, da cui ho imparato una modo diverso di vedere la vita.

Dal cinema “tradizionale” a quello sperimentale, indipendente e low budget, nel 2002 prendi parte ad Aprimi il cuore, film d’esordio di Giada Colagrande. Quali sono le difficoltà e quali invece le agevolazioni nel partecipare ad un film di questo tipo?

Aprimi il cuore è stato girato interamente nell’appartamento nei pressi di Piazza Vittorio che Giada condivideva con Natalie, la coprotagonista femminile del film e anche montatrice. La vera difficoltà è la mancanza di supporto finanziario che non ti permette soluzioni registiche, ti costringe a utilizzare poche location, non puoi pagare i collaboratori. In compenso tutto è più snello, veloce, la scala gerarchica è minima. Era la prima volta che venivo diretto da una donna, nel caso di Giada una ragazza. Apparentemente un set come gli altri, ma col passare dei giorni delle riprese mi resi conto di essere immerso in un mondo totalmente al femminile. Nel film ci sono molte scene di sesso che venivano girate con una delicatezza inusuale, senza quella predisposizione al voyeurismo tipicamente maschile.

Il cinema indipendente ti ha portato all’estero, per girare ancora una volta diretto dalla Colagrande e a fianco di Willem Dafoe. Confrontandoti con colleghi di altri Paesi, quali differenze hai notato principalmente tra la situazione italiana e quella internazionale?

Anche il film con Dafoe, girato fuori New York, era a basso costo. Il cinema americano è finanziato da investitori privati, a differenza d quello italiano che quasi interamente tenuto in piedi dal denaro pubblico. RAI e Ministero dettano le linee editoriali e gli autori devono adattarsi. Una specie di pre-censura. Il sindacato degli attori americani è potentissimo: affinché io potessi lavorare nel film di Giada la produzione ha dovuto versare al sindacato lo stesso compenso che ho percepito io.

Il cinema italiano vive fasi alterne a causa di un esiguo numero di prodotti di alto livello, quali cause individui principalmente? Quali sono i problemi della scena italiana e, soprattutto, esiste una soluzione?

Ripeto quello che ho detto nella domanda precedente: il cinema italiano dipende troppo dal denaro pubblico. Probabilmente maggiori agevolazioni fiscali attrarrebbero gli investitori privati. E all’interno della struttura di finanziamento pubblico c’è l’anomalia del reference system : in sede di valutazione del progetto la commissione ministeriale tiene conto di quanti tra attori attrici direttori della fotografia ecc. siano stati premiati con il David di Donatello, un elemento che fa aumentare il punteggio per l’assegnazione del finanziamento. Mi sembra chiaro che un produttore un regista tendano a chiamare per il loro film tutta gente vincitrice di un David. Quindi questi faranno il film che concorrerà poi per i David. E chi non ha vinto mai un David difficilmente avrà la possibilità di partecipare a un film e non potrà mai vincere un David. Ci sono le eccezioni , è vero, ma come si dice: è l’eccezione che conferma la regola.

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