Il 17 luglio 1987 usciva nelle sale cinematografiche statunitensi un film che avrebbe fatto la storia del cinema: “RoboCop“, vincitore di un premio Oscar, ha influenzato trasversalmente la fantascienza degli ultimi trent’anni

 

Anno 1987: in un tranquillo giorno di fine estate entra in famiglia (e nella mia vita) un oggetto misterioso: il primo videoregistratore VHS. Di colpo, la visione su schermo non è un fatto meramente passivo: finalmente ogni membro della famiglia può scegliere cosa vedere e, soprattutto, quando. Le prime videocassette (a noleggio) vengono viste a ripetizione, prima di doverle riconsegnare (mestamente) al negozio in città. In un tiepido pomeriggio di fine estate sbuca una cassetta contenente un film uscito da pochissimo tempo: “RoboCop“.

 

L’agente Alex Murphy (marito, padre e poliziotto integerrimo) viene brutalmente ucciso da una banda di pericolosi criminali. OCP, la compagnia che detiene il potere sulle forze dell’ordine, esercita il proprio diritto ad usufruire del corpo di Murphy. Rianimato sotto forma di inarrestabile cyborg, il risorto Alex è ora pronto a pattugliare le strade di Detroit. RoboCop si aggira solitario nelle strade della città, dando filo da torcere ai malviventi: lentamente però, i ricordi di Murphy riaffiorano nella memoria del robot, che scoverà i propri assassini e sgominerà la banda.

 

Nel 1987 il regista Paul Verhoeven dirige una pietra miliare del cinema di fantascienza: la saga di “RoboCop” vede due seguiti nel 1990 e nel 1993, che non eserciteranno però lo stesso fascino del primo capitolo. A rendere innovativa la pellicola è l’introduzione di stili e temi mai contemplati in precedenza nel genere fantascientifico: inedito, per esempio, l’uso di un linguaggio volgare e colorito, oltre alla scelta di proporre sequenze molto forti, mutuate da certo cinema splatter. La storia del redivivo Alex è spesso intervallata da notiziari e spot satirici che accompagnano lo spettatore in un contesto di instabilità e distopia: anni più tardi, decine di registi utilizzeranno l’escamotage di false trasmissioni televisive per rafforzare la tensione narrativa dei propri film. Nonostante il cinismo e la violenza rendano “RoboCop” un prodotto scarsamente accessibile ai piccoli spettatori, il poliziotto di Detroit cattura l’immaginario dei più giovani. L’anno successivo all’uscita del film, la Marvel crea una serie animata omonima: nel 1993 viene prodotto un telefilm in 22 episodi, destinato principalmente ad un pubblico adolescente.

 

Anche videogiochi e fumetti non sono immuni al fenomeno: dal 1988 vengono sviluppati alcuni videogames, che saranno disponibili praticamente su tutte le consolle ed i pc dell’epoca, sbarcando su piattaforme più prestazionali negli anni duemila. Negli anni novanta, consolle come Sega Mega Drive sono teatro di uno scontro epico, ispirato al fumetto del 1992 “RoboCop Vs. Terminator”: la dicotomia tra i due personaggi è talmente evocativa che negli anni successivi si ventilerà ripetutamente della produzione di un film basato sul videogioco. Se “RoboCop Vs. Terminator” non verrà mai trasposto in versione cinematografica, nel 2014 vedrà invece la luce il risultato di un lungo, travagliato progetto per l’omonimo (e controverso) reboot del capolavoro di Verhoeven: “RoboCop”, di Josè Padilha.

 

Stravolgendo la concezione classica dell’automa, “RoboCop” ha colpito trasversalmente generazioni di spettatori. Mostrando l’interessante travaglio interno dell’uomo-macchina, ha gettato le basi per successive considerazioni, che hanno in seguito costellato il cinema e non solo. Un capolavoro assoluto, che non tradisce il proprio fascino a distanza di tre decenni. Imperdibile.

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Robocop Vs Terminator