Disegnatori ed artisti degli effetti speciali donano da sempre il loro contributo alla riuscita di un film. Al pari di registi ed attori, il loro contributo è fondamentale.

Quando Dan O’Bannon decide di scrivere la sceneggiatura di “Alien“, ha le idee chiare riguardo lo svolgimento della storia. Un piccolo gruppo di astronauti si dovrà difendere dagli attacchi di una inquietante belva spaziale, muovendosi tra i claustrofobici ambienti della propria astronave. La storia attinge a diversi racconti e film degli anni ’50. Pur in chiave moderna, “Alien” presenta molte analogie con pellicole come “La Cosa da un altro Mondo” e “Il mostro dell’Astronave“. La scelta del regista ricade, dopo lunghe trattative, su un giovane e promettente Ridley Scott mentre, per le scenografie del cargo spaziale “Nostromo” viene ingaggiato il noto disegnatore Chris Foss. Manca la parte più importante, quel dettaglio che dovrà catalizzare l’attenzione dello spettatore. La creatura aliena, che dovrà essere terrificante ed inquietante: da qualche tempo O’Bannon conosce un artista svizzero, le cui spaventose visioni sembrano perfette per la creazione dell’alieno.

Il visionario Hans.

Hans Rudolf Giger nasce a Coira in Svizzera nel febbraio dei 1940. Figlio di un farmacista, trascorre un’infanzia piuttosto tranquilla. Fin dalla più tenera età, però, le sue attenzioni ricadono su soggetti presenti nell’attività  di famiglia, quali sanguisughe e teschi umani. Da ragazzo sfoggia il suo estro creativo per spaventare le belle ragazze, creando quello che nel volume “ARh+“, definisce il Castello degli Orrori. Portato per il disegno, sembra che un episodio della giovinezza lo abbia segnato.

 

Mentre frequenta la scuola di artigianato di Zurigo, un compagno di classe gli mostra alcune foto: queste raffigurano l’impalamento e lo smembramento dell’assassino dell’imperatore cinese. Questo turba il giovane Giger al punto di renderlo insonne. Poco dopo scopre le brutture dei campi di concentramento: nel libro “ARh+” descrive così la sua visione dei fatti:

“Da bambino ero rimasto avvinto dalla storia di uno spaventapasseri impalato vivo in una favola in dialetto che mia madre mi doveva sempre rileggere. Credo che questa vita bloccata dal palo, per cui la sola liberazione è rappresentata da una morte il più veloce possibile, mi mostrò crudelmente l’assurdità della vita. Una vita che sarebbe stato meglio non iniziare nemmeno.”

Le visioni di morte e sofferenza accompagnano la vita artistica di Giger: lavorando con Salvador Dalì per la creazione degli scenari del film “Dune“, Giger incontra l’uomo grazie al quale vincerà il suo premio Oscar. Un artista italiano prestato al cinema, proprio come lui.

Il mago degli effetti speciali.

Carlo Rambaldi nasce a Ferrara nel 1925. Dopo essersi lauerato all’Accademia di Belle Arti a Bologna, si interessa all’arte pittorica e alla fotografia. La sua carriera cinematografica inizia nel 1956, quando costruisce un enorme drago per il film “Sigfrido“. Da quel momento la maggior parte degli effetti speciali visti al cinema portano la sua firma: “Profondo Rosso“, “King Kong” e “Incontri ravvicinati del terzo tipo” solo per fare qualche esempio. Nel 1978 il suo destino si incrocia a quello del timido e tetro artista svizzero: quest’ultimo ha disegnato infatti una creatura assolutamente spaventosa, che ha già catturato l’attenzione di O’Bannon e Scott: a Rambaldi non rimane che l’unico, difficilissimo compito di animarla.

L’incontro tra Hans Giger e Carlo Rambaldi, così diversi tra loro, da vita ad un lavoro straordinario. Giger ha sviluppato un alieno assolutamente non convenzionale. Lontano dalle sembianze tenere e rassicuranti dei piccoli extraterrestri di “Incontri ravvicinati del terzo tipo“, lo xenomorfo è simile ad un enorme insetto nero. per renderlo ancora più spaventoso, Giger decide, in corso d’opera, di eliminare qualsiasi cavità oculare. Questo inquieterà ulteriormente lo spettatore, in quanto negli occhi risiede un minimo brandello di umanità: testa oblunga e profilo esile, coda da scorpione (ma simile ad un fallo, fedelmente all’iconografia dell’artista), lo xenomorfo ha due bocche, la seconda, più piccola, esce come una lingua dalla prima, infliggendo devastanti ferite.

Nel frattempo vengono sviluppati altri stadi della vita dello xenomorfo. Il “facehugger“, che attende in un uovo il corpo nel quale depositare il suo seme: dotato di lunghe dita, feconda lo sventurato prescelto iniettando l’embrione dalla bocca.Vi è poi il “chestburster“, simile ad un verme ma già dotato di denti, che poche ore dopo l’inseminazione, distrugge dall’interno le proprie vittime per poi iniziare il proprio ciclo vitale.

Per ammissione dello stesso Rambaldi, pochissime modifiche vengono apportate al mostro disegnato da Giger. il mago degli effetti si limita a dare vita alla testa della creatura e a migliorarne pochissimi particolari. Questa collaborazione porterà i due a vincere il premio Oscar per gli effetti speciali nel 1980. Un’alchimia mai più avvenuta nella storia. Due uomini profondamente diversi, hanno fuso le loro vite in quella di una sola creatura: l’alieno più terrificante della storia del cinema.