Non amo particolarmente il cinema orientale, fatico ad entrare in sintonia con i personaggi, spesso i richiami culturali all’interno dei film impongono una certa conoscenza delle usanze e delle tradizioni. Deve essere stato il destino a farmi sintonizzare la sera di un paio di anni fa su RAI 4. Piuttosto annoiato mi sono infossato nel divano pronto a cambiare canale. “Castaway on the Moon” era il titolo del film che stava iniziando. Una pellicola che si è guadagnata, scena dopo scena, la mia attenzione, entrando nella mia personale top-ten dei migliori film.

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La storia è quella di Kim Seung (Jung Jae-young), un uomo finito, abbandonato dalla propria ragazza e dai creditori, il quale (non castaway_on_the_moon_still01sapendo nuotare) decide che il metodo migliore per suicidarsi è quello di lanciarsi dal ponte sul fiume Han. La sua sfortuna è tale che nel gettarsi non annega, ma naufraga sopra un isolotto disabitato al centro del fiume. Qui, incapace di affrontare le acque del fiume, entra in una bolla di solitudine. Pur circondato dalla metropoli, Kim non riesce a comunicare con essa ed assiste impotente al passaggio delle imbarcazioni e al frenetico viavai cittadino. Lo spirito di sopravvivenza prevale sugli intenti suicidi, così l’uomo si ingegna nel rendere la sua permanenza sull’isola più confortevole possibile.

Parallelamente, la “hikikomoriKim Jung (Jung Ryeo-won) vive isolata nella propria camercastaway-on-the-moon-film-5etta, utilizzando come unico sistema di comunicazione la scrittura (sul web, così come per interagire con la madre). Unica finestra sul mondo è la sua potente fotocamera, che usa principalmente per riprendere le fasi lunari. Un giorno, durante un’esercitazione civile, scruta la città muta e deserta. Si accorge così che sull’isola nel mezzo nel fiume vive “l’alieno” Kim Seung. Per comunicare con lui metterà in discussione la propria scelta di vita.

968full-castaway-on-the-moon-screenshotClassificare “Castaway on the Moon”  è impresa ardua. Definirlo semplicemente commedia sminuirebbe gli attimi toccanti all’interno del film, perfettamente sposati alle parentesi comiche e surreali. Il termine che viene in mente per questa pellicola è “capolavoro“. Un gioiello cinematografico che propone uno sguardo sensibile e fragile sulla condizione umana: la solitudine vista da due punti di vista differenti, che finiscono per incrociarsi, creando un legame. Un’opera delicata e visivamente ineccepibile  che ha fruttato al regista coreano Lee Hae-jun diversi riconoscimenti nel circuito dei festival di cinema indipendente. Un film imperdibile, metafora agrodolce dell’emarginazione che aleggia nelle grandi città, che lascia però allo spettatore un messaggio importante: l’isolamento è uno stato della nostra mente. A ben guardare, c’è sempre qualcuno alla ricerca della nostra compagnia.

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